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Ci sono più cose in Cielo e in Terra, Orazio, di quante ne sogni la tua Filosofia.

There are more things in heaven and earth, Horatio, than are dreamt of in your philosophy

William Shakespeare, Hamlet. Act I, scene V.

Non ho la pretesa dell'obiettività e sono troppo pigro per verificare l'attendibilità di ciò che scrivo. Non leggo la mazzetta dei giornali ogni mattina. Probabilmente non sono neanche troppo informato.

D'altronde il mio osservatorio sulla realtà è un'azienda agricola dell'alto Viterbese.

Aggiungo, per chiarezza e semplicità, che detesto il pensiero unico, la banalità e l'invadenza dello Stato nella vita delle persone. Credo nella democrazia e nelle libertà individuali, e penso che la sostenibilità dello sviluppo si fondi su libere scelte basate sulla consapevolezza, piuttosto che su modelli preconfezionati imposti dall'alto.

Dato che ho la possibilità di dividere questo blog in sezioni, ho deciso di conservare nel diario le annotazioni personali. Nella sezione RedNecks provo a inserire i post di argomento "agricolo" e "territoriale", che si riferiscono appunto alla mia atavica condizione di redneck. La sezione An Inconvenient Truth cerca di rappresentare una critica, allegra ma più sommessa possibile data la miseranda condizione del mio pulpito, alle bestialità dei "pensieri unici" contemporanei. Infine, sotto il titolo originale de "Il buio oltre la siepe" (To Kill a Mockingbird) provo a cimentarmi con i temi che non ho mai considerato alla mia portata: politica, economia, relazioni internazionali, diritti...

Naturalmente, solo Per Sentito Dire. 

            

    

 

        Giordano Masini


 

 
 


 

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2 marzo 2010

Si sbaracca...

Gentile pubblico, da oggi questo blog cessa la sua attività. Chi avesse ancora la voglia e la pazienza di seguirmi può farlo su La Valle del Siele (www.lavalledesiele.com)



Buon proseguimento

Giordano Masini




permalink | inviato da Giordano Masini il 2/3/2010 alle 14:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

25 febbraio 2010

Il pensiero unico e la difesa del suolo. Il mio intervento su Chicago Blog

All’indomani della frana del monte Toc, che il 9 ottobre 1963 precipitò nel lago a monte della diga del Vajont generando un onda che sorvolò la diga stessa e distrusse la città di Longarone (le vittime furono 1917), in pochi furono disposti a riconoscere come all’origine della tragedia ci fossero pesantissime responsabilità umane. Ci fu bisogno di un lungo processo per accertare, tra mille resistenze e difficoltà, quello che pochi andavano dicendo da ben prima del disastro: la diga era stata costruita in un posto sbagliato, il lago aveva innescato un processo che avrebbe generato inevitabilmente la frana e i responsabili dell’opera ne erano talmente a conoscenza da aver provveduto a delle contromisure nel caso che uno smottamento avesse riempito parzialmente l’invaso e depotenziato l’impianto.

Eppure i giornalisti che il mattino seguente accorsero sulla desolata spianata di fango che si estendeva al posto di Longarone, tra cui alcune delle penne più prestigiose dell’epoca, come Giorgio Bocca e Dino Buzzati, unirono nei loro resoconti la commozione per le vittime all’ammirazione per la titanica opera dell’uomo, capace nonostante tutto di resistere a un disastro naturale tanto spaventoso quanto imprevedibile.

Oggi, a quasi 50 anni di distanza, l’approccio dei media di fronte ai disastri naturali è decisamente cambiato. O forse no. L’uomo è inesorabilmente all’origine di ogni disastro, a causa di un non meglio precisato “dissesto idrogeologico”, buono per ogni circostanza, e oggi in sovrappiù anche a causa dei cambiamenti climatici, che non guastano mai. All’indomani della frana che ha colpito nei giorni scorsi Maierato, in provincia di Vibo Valentia, è interessante leggere l’articolo del geologo Franco Ortolani su Climate Monitor, in cui analizza la natura dell’evento, evidenziando le differenze con le colate di fango di ottobre a Scaletta Zanclea e Giampillieri e soffermandosi su aspetti meno noti come la ciclicità plurisecolare di certi fenomeni, l’eccezionale piovosità di alcuni inverni, come quello in corso, e l’influenza che su questa piovosità possono avere le macchie solari, più che le emissioni di CO2.

Questo non significa ignorare gli effetti di un disboscamento dissennato sull’erosione dei pendii o che si possa tranquillamente costruire sul letto di frane preesistenti. Anzi. Significa però che alle opportune, anzi indispensabili domande si poteva evitare? e quali sono le responsabilità? andrebbero date risposte complete e scientificamente credibili. Chi oggi si appella acriticamente al dissesto idrogeologico, espressione un po’ generica di cui pochi conoscono il significato, o peggio ancora al global warming, non fa che riprodurre in forma uguale e contraria le invocazioni all’ineluttabile fatalità dei giornalisti accorsi ai piedi della diga del Vajont. Ora come allora il pensiero unico fornisce, nella migliore delle ipotesi, alibi e risposte a buon mercato.

Giordano Masini

http://www.chicago-blog.it/2010/02/24/il-pensiero-unico-e-la-difesa-del-suolo/


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25 febbraio 2010

Le certificazioni di qualità: che pizza! Il mio intervento su Libertiamo.it

Sarò uno snob senza speranza, oppure conosco il mondo agricolo quel tanto che basta, ma quando vedo un prodotto certificato cerco di tenermi alla larga. Bollini di qualità, consorzi di tutela, per non parlare di Doc, Docg e Dop svolgono la stessa funzione, nel variegato universo dell’agroalimentare, che svolgono gli ordini professionali nel mondo delle professioni: tutelare l’esistente e alzare barriere verso ciò che è nuovo. E quando parlo di esistente non mi riferisco solo alla qualità, anzi, la qualità c’entra poco o niente.

I prodotti di qualità, soprattutto quando vengono immessi sul mercato a prezzi concorrenziali, non hanno bisogno di particolari tutele. Una regoletta antica quanto banale vuole che ad avere bisogno di tutela è ciò che è più debole. Nel mercato, ciò che è di qualità peggiore, e più costoso. Ed è a questo compito che si dedicano, con profusione di denaro dei contribuenti, le tante strutture preposte alla certificazione di qualità.

Oggi ogni borgo, grande o piccino, ha tirato fuori dal cilindro il proprio prodotto tipico. Vengono istituiti consorzi, vengono versati contributi agli agricoltori che investono nelle colture tipiche, attraverso L’Unione Europea, le regioni, le comunità montane e via discorrendo. E così, mentre una volta esisteva un Made in Italy agroalimentare di qualità, che spopolava nel mondo anche senza bollini e certificazioni, oggi nello stesso calderone del lardo di Colonnata, del formaggio di Fossa o dell’aceto balsamico di Modena troviamo, tanto per dirne una, il “farro del pungolo” di Acquapendente, prodotto tipico che nessuno ad Acquapendente ricorda, neanche i più anziani, dato che è stato creato ad hoc anni fa per non perdere un treno di finanziamenti che la locale comunità montana aveva messo a disposizione dei comuni membri.

Non credo che occorra molto per capire chi si è avvantaggiato di una situazione simile, se il “farro del pungolo” o il lardo di Colonnata, e a spese di chi. L’agroalimentare italiano di qualità è un settore sempre più inflazionato, e il paradosso è che ora sono i prodotti che non avrebbero bisogno di nessun riconoscimento ad inseguire gli altri, come dimostra il recente caso della pizza STG (Specialità Tradizionale Garantita). Ma garantita da chi? Non è sufficiente assaggiare un prodotto per capire se è buono o meno? O ci sentiamo davvero più tutelati sapendo che paghiamo un burocrate per scrivere “pizza buona” su una vetrina? Quando pagheremo un ulteriore sovrapprezzo per quella pizza (prodotto certificato = prodotto più caro) saremo soddisfatti? Ma la pizza non si è diffusa in tutto il mondo, diventando il simbolo più popolare del made in italy, a prescindere dalle certificazioni, anzi proprio perché è incertificabile, essendo un prodotto fondato sulla creatività e l’estro di chi la prepara?

Come avevo già scritto, sarebbe sufficiente osservare la diffusione dei vini californiani per rendersi conto che i consumatori cercano, da sempre, le stesse cose, prodotti di qualità a costi accessibili, e non denominazioni d’origine. E il paradosso è che proprio dall’agroalimentare italiano, che si è diffuso nel mondo sulla base di questi principi, arrivano le risposte più pateticamente protezionistiche.

Giordano Masini

http://www.libertiamo.it/2010/02/24/le-certificazioni-di-qualita-che-pizza/

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19 febbraio 2010

Dall'Ogm-free al free Ogm: in nome del buon senso e della tutela del consumatore. Il mio dossier in due puntate per Libertiamo.it

E’ interessante l’inchiesta di copertina sugli Ogm (Organismi Geneticamente Modificati) apparsa sull’ultimo numero dell’Espresso, ed è sicuramente un fatto positivo che la questione sia tornata in primo piano. Abbastanza orientata ideologicamente, l’inchiesta offre però degli spunti interessanti di discussione partendo da un dato: sulle tavole degli italiani gli Ogm sono presenti in abbondanza.

Protetti dalle concentrazioni minime che non obbligano a dichiararli in etichetta. O trasformati in proteine nei gelati del futuro che non si scioglieranno mai. Occultati tra farine e bevande di soia, le stesse che ogni giorno passano i confini schivando i controlli. E soprattutto serviti quotidianamente nelle stalle, dove il menù di mucche, maiali, polli e tacchini è sempre più Ogm: geneticamente modificato. Ogni anno negli allevamenti italiani si consumano quasi 4 milioni di tonnellate di soia transgenica, un quarto del fabbisogno totale.
(…) Tutto secondo le regole, beninteso. La soia RR o il mais Mon 810 hanno i documenti a posto. Hanno superato i test dell’Efsa di Parma, l’autorità europea per la sicurezza alimentare, per cui possono varcare le frontiere. E finire nelle mangiatoie: dalle stalle produttrici del latte, ai prosciuttifici. Senza l’obbligo di esplicitarlo sulle etichette del prodotto finale.
(…)”Produrre i mangimi convenzionali è costosissimo. Ecco perché l’Ogm è diventato indispensabile anche nelle filiere che producono Dop”, dicono all’ Assozoo, che riunisce i maggiori produttori italiani di mangimi.

La situazione è questa: i consumatori italiani si ritrovano nel piatto prodotti che agli agricoltori italiani è proibito coltivare. Infatti gli Ogm, come sottolinea giustamente Tommaso Cerno, autore dell’inchiesta, arrivano sulle nostre tavole dall’estero, attraverso la soglia minima dello 0,9 percento, o attraverso i mangimi. All’estero gli Ogm si coltivano, eccome. E non solo negli Stati Uniti, in Brasile e Argentina, dove queste colture hanno risollevato il comparto agricolo, abbattendo i costi e alzando le rese, ma anche nell’Unione Europea, soprattutto nella Spagna dell’idolo progressista Zapatero, dove il mais Gm (Geneticamente Modificato) è coltivato dal 1998 e che da sola occupa il 73,6 per cento della superficie agricola coltivata con Ogm in Europa (secondo i dati forniti dall’Espresso).

Di fronte a queste cifre, continuare a difendere la purezza ariana delle nostre produzioni autarchiche sembra essere un’impresa sciocca e destinata al fallimento. Oltre che ipocrita, dal momento che si racconta ai consumatori che in Italia gli Ogm non ci sono, mentre invece ci sono. Se non ci sono perché dannosi per la salute, come si continua a sostenere, perché li si può importare? E se non sono così dannosi per la salute, perché non li si può produrre? E’ una contraddizione destinata a sbriciolarsi in breve tempo, se le argomentazioni che la sostengono sono quelle di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, che sull’Espresso esprime i suoi “no” agli Ogm, che sono poi gli stessi “no” del ministro Zaia, della Coldiretti e del movimento no-global: la coesistenza tra colture Gm e convenzionali, il principio di precauzione, la proprietà dei semi, la difesa della biodiversità, l’ecocompatibilità dell’agricoltura, il modello di sviluppo.

I problemi legati alla contaminazione delle colture convenzionali da parte di quelle Gm sono stati già risolti dalla scienza e dal diritto. La prima ha dimostrato che varietà selezionate in laboratorio sono assai meno persistenti, cioè meno resistenti nell’ambiente, di varietà prodotte dalla selezione naturale. Una prova si è avuta nel caso del mais Gm Starlink, tolto dal commercio nel 2001 perché considerato allergenico e il cui DNA era semplicemente sparito dall’ambiente già nel 2005 nonostante qualcuno già evocasse scenari apocalittici. Allo stesso modo le società che producono sementi geneticamente modificate pagano multe salatissime mettendo in commercio varietà in grado di ibridare significativamente colture circostanti. E’ successo recentemente alla Bayer, che ha dovuto pagare un milione e mezzo di dollari ciascuno a due agricoltori del Missouri che hanno dimostrato che i loro campi di riso erano stati contaminati da una coltivazione Gm proveniente da un campo sperimentale. Va comunque ricordato che la parola “contaminazione”, che evoca nel nostro immaginario luci rosse lampeggianti, sirene spiegate e disinfestatori in tuta sterile e maschera antigas, significa semplicemente che, attraverso l’impollinazione, una varietà Gm (comunque innocua per la salute) può incrociarsi con una varietà convenzionale provocando modificazioni al DNA dei semi prodotti da tale incrocio. Ma se è giusto preoccuparsi di quanta strada possono fare i pollini degli Ogm portati dal vento, sarebbe altrettanto corretto chiedersi quanti diserbanti, insetticidi e fitofarmaci in genere, la cui tossicità è già abbondantemente dimostrata, vengono trasportati dallo stesso vento dalle colture convenzionali a quelle Gm, che ne usano molti meno, a quelle biologiche, che non ne usano affatto, o più semplicemente nei nostri polmoni. Se vale il principio della tutela di ciò che è più sano, dovrebbero essere gli agricoltori convenzionali a dover rispettare delle distanze minime dalle colture Gm e bio, non il contrario.

Petrini sostiene poi che trent’anni di studi e ricerche sono un periodo troppo breve, e che oggi non siamo quindi ancora certi che gli Ogm non facciano male alla salute. “Questa scienza”, afferma, “è ancora rudimentale e in parte affidata al caso”. Sorvolando sul paradosso che in Italia è impossibile qualsiasi surplus di sperimentazione, in quanto è vietata anche la ricerca sugli Ogm, non solo la loro coltivazione,  voglio raccontare la storia del Creso, la varietà di grano duro più diffusa in Italia, che non molti conoscono. Il grano duro Creso è un Ogm, di fatto se non di diritto. Lo è di fatto perché il suo DNA è stato modificato artificialmente, non lo è di diritto perché non è frutto dell’ingegneria genetica, dato nel suo genoma non sono stati inseriti geni di altri organismi. La mutazione genetica che ha dato vita al Creso è stata indotta, nel 1974, sottoponendo la varietà originaria ad un “bombardamento” di neutroni. E’ stata creata in questo modo, per approssimazioni, una varietà molto produttiva, molto resistente e diffusissima. Eppure per il Creso non è stato invocato il principio di precauzione. Nonostante la tecnologia che lo ha prodotto fosse enormemente più rudimentale della moderna ingegneria genetica, che agisce su specifiche molecole, e i cui risultati, quelli sì, fossero affidati prevalentemente al caso. Così come non viene invocato lo stesso principio prima di autorizzare la diffusione nell’ambiente di questo o di quel pesticida, o l’iscrizione di un farmaco nel ricettario del Servizio Sanitario Nazionale. Con gli Ogm si pretende un inversione dell’onere della prova la cui logica sfugge: si dà per scontato che siano dannosi a prescindere, e il loro uso verrà autorizzato se e quando sarà dimostrato il contrario. A differenza di tutti gli altri prodotti della tecnologia umana, che sono liberi a meno che non se ne dimostri la pericolosità. Ma probabilmente si sarebbe dovuto invocare il principio di precauzione anche prima di importare patate e pomodori dalle Americhe…

Quando si parla della titolarità dei semi, si scende nel paradosso. Carlo Petrini afferma, come aveva già fatto il ministro Zaia, che “con le sementi Gm la multinazionale è la titolare del seme: ad essa l’agricoltore deve rivolgersi per ogni nuova semina”, e che “le coltivazioni Gm snaturano il ruolo dell’agricoltore che da sempre migliora e seleziona  le proprie sementi”. Ma dove? Su quale pianeta? Qual è il produttore di soia, di mais da granella o da insilato, di cereali in genere che non acquista ibridi ma seleziona in azienda i propri semi? Anche gli orticoltori acquistano i semi o ancora più spesso addirittura le piantine da trapiantare in campo aperto. Le campagne sono fisicamente lontane dalla vita della maggior parte dei consumatori, e quindi si possono evidentemente raccontare favole suggestive, ma Petrini fa riferimento a un’agricoltura di sussistenza che non esiste più da almeno mezzo secolo (per fortuna, aggiungerei, dato che all’epoca si selezionavano sementi e sapori, ma si soffriva la fame). Oggi gli agricoltori acquistano ibridi (convenzionali, ma anche bio) dalle stesse famigerate multinazionali che producono gli Ogm. Lo fanno perché rendono di più, sono più resistenti, e perché selezionare i semi procurerebbe loro un carico di lavoro e di costi che non potrebbero sostenere. Può piacere o non piacere, ma è così, e la liberalizzazione dell’uso degli Ogm non cambierebbe questa realtà di una virgola.

Un altro punto che sta a cuore a molti è la difesa dell’originalità e delle peculiarità dell’agroalimentare italiano e della biodiversità. Petrini dice che “i prodotti Gm non hanno legami culturali o storici con il territorio”. Ci si potrebbe chiedere, per amor di polemica, quali legami con il territorio abbia l’automobile di Petrini, il suo televisore, il suo personal computer, l’impianto di riscaldamento della sua casa. Slow Food ha svolto in questi anni un’opera straordinaria di valorizzazione e di divulgazione della ricchezza del nostro patrimonio agroalimentare. Ha soprattutto dimostrato che per i nostri prodotti tipici esiste un mercato che è molto più di una “nicchia”, che questi prodotti incontrano il gradimento dei consumatori che sono spesso disposti a pagare per essi un sovrapprezzo. Sono prodotti ad alto valore aggiunto, il cui mercato supera i confini nazionali e sono ricercati in tutto il mondo. Non capisco perché la concorrenza dei prodotti Gm debba mettere necessariamente in crisi questo settore. E se le colture Gm impoverirebbero la biodiversità perché “hanno bisogno di grandi superfici e di un sistema monoculturale intensivo”, la stessa geografia rurale del nostro paese, che non dispone di molte superfici con queste caratteristiche dimostra quanto sia infondato questo rischio. Non tutte le aziende agricole italiane, però, hanno la fortuna di ricadere in una zona Dop, cosa che garantirebbe un valore aggiunto ai loro prodotti a prescindere dalla loro reale qualità. Non tutti i territori del nostro paese possono vantare una tradizione di prodotti tipici ricercati. Perché agli agricoltori di quei territori non può essere consentito di cercare profitto seguendo altre strade, altrettanto legittime?

In realtà non è l’agricoltura di qualità ad essere minacciata dagli Ogm, ma quella convenzionale, che ha costi di produzione elevati, rese insoddisfacenti e per garantirsi queste rese fa un largo uso della chimica, diserbanti e insetticidi, per capirsi. L’esempio del mais resistente al glifosate è significativo. Il glifosate è un diserbante generico, nelle campagne è chiamato il “secca tutto”. Nonostante il nomignolo un po’ terrificante, il glifosate è un prodotto molto meno tossico dei diserbanti selettivi, che vengono irrorati sulle colture già sviluppate e che attaccano solo le erbe indesiderate, o parte di esse. Il “secca tutto” viene oggi usato solo sulle maggesi inerbite, per ripulirle prima della preparazione del letto di semina. Per difendere le coltivazioni nel loro sviluppo gli agricoltori devono usare più volte i diserbanti selettivi, costosissimi e altamente nocivi, come dimostra il fatto che per utilizzarli è necessario fare un corso e ottenere il rilascio di un apposito “patentino”. Con il mais Gm, invece, è possibile eliminare tutte le malerbe dai campi usando solo il glifosate, a cui il DNA di quella varietà di mais è resistente. I risultati sono molto migliori e i costi molto inferiori. E se è vero, come afferma Petrini, che esiste il pericolo che la “resistenza ad un diserbante porti ad un uso più disinvolto del medesimo nei campi”, io sono convinto che sia preferibile controllare che non avvengano abusi, piuttosto che proibire preventivamente limitando la libertà di chi quegli abusi non li commetterebbe. Comunque chi ha esperienza di lavoro agricolo sa quanto disinvolto sia l’uso della chimica oggi nelle campagne, frutto dell’insensata (ma lucrosa) promozione della stessa che i Consorzi Agrari  e le stesse confederazioni agricole facevano nei decenni passati. Ogni innovazione che ne riduce l’uso è, secondo me, benvenuta.

Non ho molto da dire invece sulle tesi, assai controverse, che vedrebbero gli Ogm in prima fila per combattere la fame nel mondo, secondo alcuni, o portatori di miseria e carestie, secondo altri. In questo caso ci sono visioni ideologiche contrapposte che tendono entrambe, a mio avviso, a semplificare il problema. La miseria e la malnutrizione sono il frutto, nei paesi del Sud del Mondo, di molti fattori, primi fra tutti la mancanza di democrazia, la corruzione dei governi e l’iniqua distribuzione delle risorse, e non credo che l’introduzione degli Ogm rappresenti in sé la medicina per tutti i problemi. Che i magazzini del governo di un paese africano siano riempiti di scorte alimentari, qualsiasi sia la loro origine, non significa che queste scorte arrivino necessariamente alle popolazioni. Nonostante questo sono portato, per logica, a ritenere che ci siano meno rischi di malnutrizione quando c’è più roba da mangiare, e che decidere quali siano i prodotti che gli agricoltori dei paesi sottosviluppati possono coltivare, a prescindere dal loro parere, sia frutto di una visione paternalistica del progresso che nega il diritto allo sviluppo e alla ricerca del benessere, diritto di cui noi abbiamo usufruito a piene mani. “Gli Ogm sono figli di un modo miope e superficiale di intendere il progresso” afferma Petrini. Ma, come dicevo prima, la nostra agricoltura e le nostre campagne sono uscite da un’economia di sussistenza grazie allo stesso progresso di cui sono figli gli Ogm. Oggi chi vive in città ha nostalgia del mondo rurale di una volta, ma ci si dimentica della miseria, dell’emigrazione di massa, della fame, che c’era anche da noi. Nonostante non credo, come ripeto, che l’uso degli Ogm salverebbe il mondo dalla malnutrizione, negare opportunità di progresso a quei paesi in nome della memoria confusa e appannata del nostro “tempo che fu” è assolutamente ingiusto.

L’inchiesta dell’Espresso denuncia, con toni allarmati, che i consumatori sono senza difese. Prima che Zaia, la Coldiretti, Slow Food e quant’altri corrano in loro soccorso alzando nuovi recinti protezionisti, sarebbe necessario che i contribuenti sappiano che, quando acquistano un prodotto certificato e lo pagano più degli altri, hanno già pagato un sovrapprezzo per esso alla compilazione della dichiarazione dei redditi. E’ da un sistema del genere, che pretende che i cittadini vengano guidati nelle loro scelte, che attribuisce alla politica e alla burocrazia e non al gusto degli individui il compito di certificare la qualità dei prodotti, che dovrebbero essere difesi i consumatori, più che dalla possibilità di acquistare consapevolmente un prodotto che contiene Ogm.
Un paese che passa dall’Ogm-free al free Ogm è semplicemente un paese che garantisce, per il suo sistema produttivo e per i suoi consumatori, un’opportunità in più.

Giordano Masini

http://www.libertiamo.it/2010/02/16/dallogm-free-al-free-ogm-in-nome-del-buon-senso-e-della-tutela-del-consumatore1/

http://www.libertiamo.it/2010/02/17/dallogm-free-al-free-ogm-in-nome-del-buon-senso-e-della-tutela-del-consumatore2/

10 febbraio 2010

I massacri delle foibe, una voce non neutrale. Il mio intervento su Libertiamo.it

Aprendo su Wikipedia la voce “massacri delle foibe” appare un avviso:

Questa voce o sezione di storia è ritenuta non neutrale. Motivo: Voce che presenta una sovrapposizione di numerosi edit di utenti dai punti di vista contrastanti; a rimetterci è la neutralità della voce, la linearità del discorso e la completezza d’informazione…

Che follia. E’ un vizio tutto nostro, quello di confondere la storia con la propaganda. La storia può servire come arma di offesa o di difesa, e gli storici nel nostro paese non si sono mai sottratti a questo giochetto inconcludente. Forse la ricerca è meno noiosa e più stimolante se diventa una ricerca di prove a carico o a discarico, conferme piuttosto che fatti. Il lavoro dello storico è stato paragonato a quello del giudice, io lo paragonerei, almeno nella sua variante polemica nostrana, a quello dell’avvocato. E quindi siamo ancora qui, 65 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, a discutere di responsabilità, a sbatterci addosso reciprocamente meriti e colpe, a ingolfare addirittura Wikipedia di ideologia e pregiudizi.

Come se le responsabilità degli eventi che hanno incendiato il nostro continente tra il 1939 e il 1945 (prologhi ed epiloghi compresi) non fossero già state pacificamente attribuite, ovunque in Europa, a chi ha dato fuoco alle polveri. A chi ha fatto germogliare nelle città e nelle arcaiche civiltà contadine dell’est e dell’ovest il seme della diffidenza, dell’odio etnico e razziale, della violenza e della vendetta. E che questo seme fosse già abbondantemente incubato, specie nelle terre di confine, particolarmente fertili, poco toglie e poco aggiunge alla discussione, anzi è un’altra discussione, ancora più complessa, assai poco adatta a chi persevera nel gioco sterile e pigro della semplificazione propagandistica.

Non dovrebbe essere quindi necessario ricordare come il discorso (e le politiche conseguenti di italianizzazione forzata che si sono protratte per un ventennio) tenuto a Pola nel 1920 da un rampante Benito Mussolini contribuisca a spiegare molto di ciò che è accaduto in seguito, foibe comprese:

Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. [...] I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani.

Se qualcuno ha la coda di paglia, peggio per lui, farebbe bene a tenere il sedere lontano dal fuoco. Ma altrettanta cautela dovrebbe essere usata da chi, per mezzo secolo, ha rivendicato ed esercitato spudoratamente il monopolio della memoria, in una logica deterministica che attribuisce anche alla storiografia il ruolo militante di concorrere alla jihad per il socialismo. Oggi non siamo ancora capaci di ricordare serenamente gli esseri umani massacrati orrendamente nelle foibe, non riusciamo a festeggiare con orgoglio e dignità il 25 aprile e ci avviciniamo al 150° anniversario dell’Unità d’Italia con fastidio e imbarazzo. E quando parliamo del nostro passato corriamo subito con la mano al fodero della pistola, o cambiamo discorso.

Giordano Masini

http://www.libertiamo.it/2010/02/05/il-voto-si-conquista-con-le-idee-non-con-la-fede/

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9 febbraio 2010

Ripassiamo i fondamentali...

...perché non fa mai male. Nonostante si rischi, con il rumore di fondo generato dai dichiaratori professionali, di ripetere un vano esercizio di retorica.

Comunque a Piero Ostellino va riconosciuto il dono della sintesi e della chiarezza:

È ipocrita il Capitale che denuncia carenza di etica nell’economia dimercato, si autodefinisce «sociale» e demonizza il capitalismoanglosassone «orientato al profitto». Persegue però questo profittocon analogo accanimento al riparo dalla concorrenza, grazie alla noncontendibilità delle imprese — che ne alimenta e protegge le inefficienze— e al corporativismo delle professioni che, associato alconservatorismo dei sindacati, ostacola l’ingresso ai giovani epenalizza il merito. Sopravvive, inoltre, come rendita — concessioni elicenze di Stato — e con i sussidi governativi alla vendita di prodottipoco competitivi sul mercato e fa pagare a correntisti e impreseservizi bancari fra i più cari d’Europa. L’eticizzazione della politicae dell’economia, da parte della Chiesa, è nell’ordine delle cose di unsistema teocratico; è, da parte di uomini politici e partiti, la teoriae la prassi dei Paesi totalitari.

Giordano Masini




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8 febbraio 2010

Ancora sugli Ogm: Achille Campanile e la dittatura della maggioranza. Il mio intervento su Libertiamo.it

Achille Campanile, nel 1931, scriveva:

Mio zio vorrebbe che m’alzassi presto la mattina, per godere lo spettacolo della natura. Benedetto uomo. Gli dico: “Guardalo tu e riferiscimi”. Ma non ci sente da questo orecchio e insiste. L’umanità si divide in due categorie: quelli che s’alzan tardi e quelli che s’alzan presto. I primi se ne stanno tranquilli e buoni. Gli altri, invece, sostengono a spada tratta la necessità per tutti d’alzarsi presto. Biasimano quelli che non lo fanno e cercano di crear proseliti e ingrossar la loro falange. Disgraziati. Potrebbero esser soli nelle prime ore e, profittando dell’assenza dei poltroni, spadroneggiar nel mondo. Invece no. Voglion che tutti, ai primi chicchirichì di quelle insopportabili bestie che sono i galli, balzino dal letto. Ma perchè? Chi li prega di prendersi tanta pena? Sosteniamo forse, noi che ci alziamo tardi, la necessità che tutti s’alzino tardi? C’è qualcuno di noi che ambisca d’avere imitatori e seguaci? Nemmen per sogno. Chi s’alza tardi si contenterebbe anche d’esser l’unico nel mondo a farlo. Purché lo lascino dormire, non cerca di imporre teorie. Al contrario, mio zio mi riempie la testa con le sue: “Devi mutar vita, Serenello, ti rovini ad alzarti a quest’ora. Lèvati la mattina presto. Fa’ una bella passeggiata”.
Coi figli ci ha rinunziato, quanto a me, vorrebbe assolutamente salvarmi dai pericoli e danni dell’alzarsi tardi. Ma perché se non voglio esser salvato? Pretendo io di salvarlo dai pericoli dell’alzarsi presto? E allora mi lasci dormire.

Essendo questo l’incipit di un romanzo dal titolo “In campagna è un’altra cosa”, il testo potrebbe essere con buone ragioni parafrasato per commentare le ultime vicende seguite alla sentenza del Consiglio di Stato che autorizza la coltivazione di alcune varietà di mais OGM. In particolare, le dichiarazioni del ministro dell’agricoltura Luca Zaia e l’iniziativa del deputato del PD Francesco Ferrante che ha proposto una moratoria sulla ricerca e sulla coltivazione di varietà geneticamente modificate.

Si potrebbe dire che il mondo (agricolo) si divide in due categorie: coloro che vogliono coltivare OGM e coloro che non vogliono. I primi se ne stanno tranquilli e buoni. Gli altri, invece, sostengono a spada tratta la necessità per tutti di non coltivare OGM. Biasimano coloro che vorrebbero farlo e cercano di crear proseliti e ingrossar la loro falange. Ma perché? Chi li prega di prendersi tanta pena? Sosteniamo forse, noi che vorremmo coltivare OGM, la necessità che lo facciano tutti? C’è qualcuno di noi che ambisca di avere imitatori o seguaci? Nemmen per sogno. Chi aspira a coltivare OGM si contenterebbe anche d’esser l’unico nel mondo a farlo. Purché lo lascino fare, non cerca di imporre teorie.

Zaia, con i suoi nuovi amici dei centri sociali e della Coldiretti, afferma che la maggioranza degli agricoltori italiani non vogliono coltivare OGM. Bene. Liberissimi di non farlo, ma non si venga a comandare a casa d’altri. Ferrante invece sostiene che gli italiani non hanno bisogno di prodotti geneticamente modificati. Benone. Lasci liberi gli agricoltori di produrli e i consumatori di sceglierli, e poi potrà cavarsi la soddisfazione di osservare le nostre aziende fallire e i prodotti OGM rimanere invenduti sugli scaffali dei supermercati. D’altronde, direbbe Campanile, pretendiamo noi di salvarlo dai pericoli che corre consumando prodotti imbottiti di fitofarmaci? E allora ci lasci dormire.

Giordano Masini



http://www.libertiamo.it/2010/02/08/ancora-sugli-ogm-achille-campanile-e-la-dittatura-della-maggioranza/


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7 febbraio 2010

La Lampadina del Coglione

Preso atto della cronica mancanza di una stampa economica competente e indipendente, in grado di svolgere il ruolo di naturale deterrente verso un uso temerario della dichiarazione pubblica, si rende necessario l'uso della Lampadina del Coglione.

Quando qualcuno, soprattutto se investito da responsabilità di governo, spara una cazzata troppo grossa, si dovrebbe attivare una sirena bitonale, mentre una freccia luminosa intermittente scende dal cielo a indicare la testa del malcapitato, attorno alla quale, come un'aureola, appare un'insegna al neon recante l'inequivocabile scritta "Coglione!"

Giordano Masini



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31 gennaio 2010

Lo spiraglio sugli OGM e l'avversione ideologica di Zaia. Il mio intervento su Libertiamo.it

Nonostante nessuno finora sia mai riuscito a dimostrare (e ci hanno provato in tutti i modi) che le colture OGM siano dannose per la salute o per l’ambiente, il ministro leghista reagisce alla sentenza con un gergo e delle argomentazioni che sembrano tratte dal blog di Beppe Grillo, parlando addirittura di “un consumo che divide la popolazione in abbienti che hanno la possibilità di alimentarsi con cibi biologici e certificati e di classi socialmente disagiate che devono adattarsi al cibo geneticamente modificato; un mondo agricolo che viene privato del valore dei semi, che inevitabilmente finiranno nelle mani delle multinazionali”.

Ma la questione degli OGM richiama un problema più ampio: fino a che punto può essere consentito alle regioni, al ministero, all’UE, di sindacare su ciò che coltivano gli agricoltori sui loro terreni? Dove finisce la libera scelta di un imprenditore agricolo di operare sul mercato come meglio crede? In realtà la sentenza del Consiglio di Stato dà ragione a Dalla Libera in base a una normativa europea comunque molto restrittiva, che fornisce un elenco già abbastanza limitato di varietà di mais e, se non sbaglio, soia OGM di cui autorizza la coltivazione. Ben poca cosa rispetto a ciò che avviene in altri continenti. E perché poi solo il mais e la soia? Chi coltiva grano ha ben poche speranze di vedere riconosciuto il suo diritto equivalente, almeno finché non cambia la normativa europea. Ma, a ben vedere, se guardiamo i criteri su cui si basano le politiche agricole regionali, nazionali e comunitarie, di libero c’è ben poco. Tutto ruota intorno a quote, sussidi, disciplinari, denominazioni d’origine creati in teoria per tutelare gli agricoltori, i consumatori e i territori ma che hanno finito per immobilizzare il comparto agricolo in un precario status quo.

Se voglio piantare un vigneto, tanto per fare un esempio, devo avere in mano i cosiddetti “diritti di reimpianto”. Ovvero, dato che la superficie vitata nel nostro paese è contingentata, devo acquistare il “diritto” di piantare un vigneto da qualcuno che ha espiantato una superficie equivalente, oppure attingere a una “riserva” gestita dalle regioni che indirizzano queste “quote” come meglio credono, in genere verso zone a denominazione d’origine controllata. Questo, oltre a ledere il diritto naturale di ciascuno di coltivare e commercializzare a casa sua ciò che ritiene più opportuno, ha creato un sottobosco di compravendite di “quote” e “diritti”, spesso più fruttuoso (o costoso) delle produzioni stesse, in cui la parte degli intermediatori è svolta dagli uffici regionali e dalle associazioni di categoria.

Se aggiungiamo che la possibilità di commercializzare i prodotti è garantita dall’adesione ai disciplinari, cioè criteri produttivi, anch’essi imposti dall’alto, il quadro è completo. Il valore dei terreni all’interno delle cosiddette zone DOC è schizzato alle stelle, mentre per chi possiede terreni vocati alla viticultura al di fuori di esse aggredire un mercato così protetto è di fatto un’impresa titanica. Un’impresa a cui si finisce per rinunciare in partenza. Il vantaggio per la rendita fondiaria è evidente, ma dove sia il vantaggio per il sistema agricolo nel suo complesso e per i consumatori è tutto da scoprire, a meno che non consideriamo un vantaggio acquistare a prezzi elevati un prodotto la cui qualità è certificata all’origine e non dal gradimento dei consumatori.

Chissà se i viticoltori californiani avrebbero avuto lo stesso successo nel proporre al mercato mondiale vini di qualità a prezzi ragionevoli se la loro produzione fosse stata sottoposta a un sistema di vincoli così stringente. Chissà se avrebbero superato le resistenze dei consumatori di vino italiani e francesi se avessero ottenuto dal loro governo un’etichetta con scritto “vino buono” pagandola con la libertà di fare il vino come pareva a loro, cioè ricercando il prodotto migliore al prezzo migliore.

L’arrogante presunzione di volere indicare agli agricoltori e ai consumatori ciò che è giusto produrre e consumare che traspare dalle parole di Zaia è la stessa che ispira le politiche agricole del nostro continente ormai da decenni, ma che sta portando al collasso l’intero settore. Ai contribuenti può essere richiesto di mantenere l’agricoltura e gli agricoltori con i sussidi, ma pretendere poi, per giustificare ideologicamente questo sistema, che paghino anche un sovrapprezzo sull’etichetta dei prodotti che consumano sembra francamente troppo.

Giordano Masini

http://www.libertiamo.it/2010/01/30/lo-spiraglio-sugli-ogm-e-lavversione-ideologica-di-zaia/

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29 gennaio 2010

Osama, Noam e il global warming

Le ideologie messianiche e i totalitarismi hanno un disperato bisogno di nemici. Nemici con cui nutrire le masse di fedeli, nemici a cui addossare la responsabilità dei propri fallimenti.

Ma evidentemente non rende più abbastanza prendersela direttamente con ebrei, capitalisti e americani (soprattutto ora che il famigerato George W non c'è più), mentre a prendersela con la massoneria è rimasto solo De Magistris. I tempi cambiano, si rischia di essere ripetitivi e bisogna aggiornarsi per rimanere sulla cresta dell'onda.
I primi a accorgersene (dopo Al Gore) sono stati Chavez e Castro, seguiti poi dal Partito Comunista Cinese e James Cameron. Ma certo! La colpa è del global warming! Chi oserebbe mettere in dubbio la verità rivelata del momento? Lo dice anche la Coop...
E quindi oggi arriva, puntuale, il comunicato di Osama Bin Laden. La colpa è del global warming! E la colpa del global warming? Degli americani, dei capitalisti, dei sionisti...

Da notare anche il riferimento di Bin Laden all'ispiratore di tutti i sogni falliti dell'ultimo quarantennio, Noam Chomsky.
"Aveva ragione il vecchio Noam!" sospira Osama sconsolato...

A breve, con un mitra in una mano e un ramoscello d'ulivo nell'altra, il leader di Al Qaeda interverrà all'assemblea generale delle Nazioni Unite, dove anche gli scettici più ostinati dovranno arrendersi all'evidenza: le Twin Towers si sono sciolte a causa del riscaldamento globale.

Giordano Masini




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27 gennaio 2010

27/01/1945 - 27/01/2010

Apro una pagina a caso del libro Non smetteremo di danzare, Giulio Meotti, ed. Lindau:

Il 9 marzo del 2002, a Netanya, due terroristi entrarono nella hall di una albergo, sparando all'impazzata e lanciando bombe. Aviah Malka aveva nove mesi, "rideva sempre di un sorriso bellissimo", l'hanno colpita con una raffica di mitra e poi di nuovo, mentre il padre cercava di sganciare la cintura del passeggino, con una bomba a mano. Il padre, ferito gravemente, non è potuto andare al funerale. La madre, che si trovava dall'altra parte della hall, ha messo in salvo gli altri quattro figli nei bagni, prima di correre verso la piccola e il marito. E' stata colpita anche lei, a una gamba.
Il primo comandamento che ci hanno lasciato in eredità i sopravvissuti ai campi di sterminio è quello di stare in guardia. Non dimenticare perché non accada di nuovo:
Dobbiamo essere ascoltati: al di sopra delle nostre esperienze individuali, siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale ed inaspettato, fondamentale appunto perché inaspettato, non previsto da nessuno. E' avvenuto contro ogni previsione; è avvenuto in Europa; incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito e osannato fino alla catastrofe. E' avvenuto, e può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire.
Questo scriveva Primo Levi ne I sommersi e i salvati, ed. Einaudi, un anno prima di morire (grassetti nostri). Non avrebbe senso, quindi, celebrare il Giorno della Memoria con lo sguardo rivolto unicamente al passato, ricordare solo per ricordare.
Il passato aiuta a comprendere il presente. E il presente può aiutare, quando non si fa di tutto per ignorarlo, a comprendere il passato.
Questo video, trasmesso dalla televisione palestinese, spiega più di mille conferenze la "banalità del male, l'assuefazione e l'indifferenza all'odio, l'orrore che diventa pane quotidiano, di cui parlava Hannah Arendt a margine del processo Eichmann. In uno studio televisivo un giornalista ben pettinato intervista due bambini sorridenti e visibilmente emozionati:
Giornalista: Oggi intervistiamo i due figli di Ryem Riyashi, la martire e combattente del jihad, la madre di Duha e Mohammed: Duha, amavi la tua mamma?
La bambina fa sì con la testa
Giornalista: Adesso dov'è?
Duha: In paradiso.
Giornalista: Cosa ha fatto la tua mamma?
Duha: Il martirio.
Giornalista: Ha ucciso degli ebrei, non è vero?
La bambina fa di nuovo cenno di sì con il capo.
Giornalista: Li ha uccisi, vero Mohammed?
Mohammed: Come?
Giornalista: Quanti ebrei ha ucciso la tua mamma?
Mohammed: Cinque.
Gionalista: Quanti?
La bambina sorride e fa segno di cinque con la manina.
Giordano Masini




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26 gennaio 2010

Patata libre

Il blog di Yoani Sanchez,anche nella traduzione italiana di Gordiano Lupi, offre un 'interessante e ironico spaccato della vita quotidiana a Cuba. Immagini che probabilmente sfuggono ai turisti europei in cerca di spiagge incantate, sesso a buon mercato e fragili conferme per le loro illusioni ideologiche infantili.
Ieri si raccontava di cosa significa ritrovarsi con un frigorifero rotto, e doversi rivolgere all'Unità Riparazioni Domestiche del governo per trovare una soluzione rapida. Soluzione che si trova sempre, miracoli del comunismo, nonostante la lista di attesa di due mesi, versando al tecnico governativo una mancetta equivalente al doppio del suo stipendio di un mese.

Il seguente post lo pubblico per intero, penso ne valga la pena:

 L’anno che sono nata si è celebrato il primo congresso del Partito Comunista di Cuba e la centralizzazione del commercio e dei servizi era quasi assoluta. Fuori dal mercato razionato si potevano acquistare soltanto alcuni libri, i periodici e i biglietti per il cinema. I rimanenti prodotti e le altre prestazioni erano tutte sotto l’austero simbolo delle cose limitate, racchiuse nella quota sovvenzionata che ricevevamo ogni mese. Anche per acquistare una lametta da barba dovevamo presentare una tessera sopra la quale un negoziante segnava il numero corrispondente alle taglienti lame. Il cibo seguiva identico destino e specialmente i frutti dei nostri fertili campi venivano distribuiti in quantità limitate per ogni consumatore. La patata era uno degli alimenti più controllati dall’occhio statale.

In tutta la mia vita ho trovato questo saporito tubero esclusivamente sugli espositori dei mercati razionati; arrivava ogni tre o quattro mesi per onorarci con la sua presenza e con il suo sapore. Io sognavo un purè unto di burro e patate fritte che uscivano fuori dal piatto. Sono arrivata a pensare che quel prodotto così soave si raccogliesse nelle remote praterie siberiane invece che nei campi del mio paese. I contadini privati erano obbligati a vendere la loro produzione di patate allo Stato, che puniva duramente coloro che violavano una norma molto rigida. Per questo motivo ci siamo abituati a vederle apparire sui nostri piatti poche volte all’anno e a conservarle tra le nostre fantasie culinarie. È stato così fino ad alcune settimane fa, quando il governo di Raúl Castro ha deciso di liberalizzare la vendita di patate, togliendole dal sempre più asfittico mercato razionato. Adesso non è più necessario esibire un documento per poter comprare un chilo di patate, ma serve soltanto che compaiano di nuovo sul mercato, per consentirci di metterle nelle nostre borse e portale a casa.


Per la cronaca, vale anche la pena ricordare che Yoani, per la sua abitudine di diffondere nel mondo notizie del genere, vive sotto la costante minaccia di ritorsioni da parte del regime, nonché del dileggio di alcuni nostri fini pensatori di Stato.

Giordano Masini




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23 gennaio 2010

Il CSM per una volta licenzia un giudice. Forse, quello sbagliato. Il mio intervento su Libertiamo.it

Riguardo al rifiuto del giudice Tosti di celebrare udienze nelle aule giudiziarie in cui è esposto un crocifisso si può pensare ciò che si vuole. La sua battaglia solitaria gli è costata il posto di lavoro, dato che la sezione disciplinare del Csm lo ha rimosso dall’ordine giudiziario.

Lo stesso non era successo nel 1999 ai due giudici di Brindisi che avevano “dimenticato” in carcere 63 persone. La sentenza della sezione disciplinare del Csm in quel caso è stata di assoluzione. Continuando a citare alcuni casi raccolti nel volume Magistrati. L’ultracasta di Stefano Livadiotti, nel 2007 è stato solo ammonito il giudice di Ancona con l’abitudine di sbloccare le indagini ipnotizzando i testimoni, mentre è bastata la censura per il sostituto procuratore presso la Direzione Nazionale Antimafia di Roma che nel 1998 ha lasciato in carcere un tale sospettato di un sequestro nonostante il vero colpevole avesse già confessato.

Così come non sono mai state ravvisate ipotesi di reato per il giudice di Oristano che nel 1981 minacciava azioni giudiziarie contro il Comune colpevole di non aver reso edificabili alcuni suoi terreni, mentre il procuratore di Torre Annunziata che aveva omesso di registrare 85.938 procedimenti penali di sua competenza non è stato neanche convocato di fronte alla commissione per spiegarsi. E non voglio dilungarmi sul celebre caso del magistrato pedofilo di Milano beccato nei bagni di un cinema romano con un ragazzino nel 1973 e reintegrato in ruolo dal Csm nel 1981.

Nonostante “in tema di procedimento penale a carico dei magistrati, la gravità dell’infrazione commessa dall’incolpato (…) e la determinazione della sanzione adeguata rientrano tra gli apprezzamenti di merito affidati alla sezione disciplinare del Csm, il cui giudizio è insindacabile in sede di legittimità se sorretto da motivazione congrua e immune da vizi logici e giuridici”, come è stato riconosciuto dalle sezioni riunite della Cassazione il 19 novembre 2002, è abbastanza nota l’indulgenza con cui i magistrati giudicano l’operato dei colleghi.

Scrive Livadiotti:

nel 2007, ha rivelato Giovanni Bianconi sul “Corriere della Sera” del 22 dicembre del 2008, la corte ha esaminato 1479 pratiche. Solo in 103 casi ha esercitato l’azione disciplinare davanti al CSM. In pratica ha scartato, giudicandole infondate o comunque inaccoglibili, 1376 denunce, il 93% del totale. Stessa storia nel 2008, quando su 1475 fascicoli solo 99 sono stati spediti a Palazzo dei Marescialli. Il resto è diventato carta straccia. Di norma, dunque, solo qualcosa come il 6 o il 7% delle lamentele nei confronti dei magistrati arriva al vaglio della sezione disciplinare. Dove la scrematura continua. Eccome. I numeri parlano chiaro. Quelli raccolti da Daniela Cavallini, ricercatrice in ordinamento giudiziario, si riferiscono al periodo 1999-2006. E parlano di 1004 procedimenti disciplinari. 812, pari all’80,9%, sono finiti a tarallucci e vino: con l’assoluzione o il proscioglimento. 126 con l’ammonizione, ossia un buffetto sulla guancia del magistrato. 38 con la censura, che equivale a una lavata di testa. Solo 22 con la perdita di anzianità (che si traduce in un rallentamento della carriera). Appena 2 con la rimozione e 4 con la destituzione (risultati in linea con quelli di un’altra ricerca della stessa autrice, limitata ai procedimenti per i ritardi tra il 1995 e il 2002: 251 alla sbarra e 55 ritenuti responsabili, con una sola condanna alle sanzioni più gravi). Senza considerare che uno stesso giudice o Pm può essere stato incolpato più volte, vuol dire che una toga ha 2,1 possibilità su 100 di incappare in una condanna. E anche che negli otto anni oggetto di studio della Cavallini a rimetterci la poltrona è stato solo lo 0,065% dei magistrati.

Per il giudice Tosti è stato usato, evidentemente, un altro metro di giudizio. Non so se le sue “colpe” giustificassero, codici alla mano, un provvedimento del genere, che ha suscitato dubbi e scandalo anche tra molti “addetti ai lavori”. Istintivamente provo simpatia per chi difende le proprie idee mettendoci la faccia e rimettendoci del suo. Pensare che un magistrato in Italia possa rendersi responsabile di mancanze, omissioni e addirittura reati senza rischiare sostanzialmente nulla e perdere invece il posto se diventa moralmente troppo intransigente, dovrebbe fare quantomeno riflettere.

Dovrebbero riflettere coloro che continuano a sostenere che l’organo di autogoverno della magistratura rappresenti una garanzia di imparzialità e di indipendenza da interessi di natura politica o ideologica. Ma allo stesso tempo, proprio nei giorni in cui si discute e si approva il cosiddetto processo breve e non si discute più di riforma del Csm, separazione delle carriere, responsabilità dei magistrati, revisione dell’obbligatorietà dell’azione penale, gestione manageriale delle procure e quant’altro, sarebbe utile ricordare quali sono i principi a cui avrebbe dovuto essere ispirata una riforma seria ed efficace del sistema giudiziario italiano. Un’altra occasione mancata.

Giordano Masini

http://www.libertiamo.it/2010/01/23/il-csm-per-una-volta-licenzia-un-giudice-forse-quello-sbagliato/

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21 gennaio 2010

La politica e la propaganda retroattiva. La memoria di Craxi

La confusione tra politica è propaganda, come quella tra idee e pregiudizi, è un vizio ben consolidato nel nostro paese. Non meraviglia quindi che la stessa confusione abbia alimentato il dibattito in corso in questi giorni sulla figura di Bettino Craxi a dieci anni dalla morte.
Sarà per questo che tutta la discussione (Craxi è stato più ladro o riformista?) prescinde regolarmente da ciò che è stato Bettino Craxi nella realtà, dalla sua azione di governo, dal segno (nel bene o nel male, giudicare è lecito, ma si giudichi almeno su qualcosa di concreto) indelebile che il suo passaggio ha lasciato nella storia del nostro paese, dalle sue responsabilità.

Ieri, su NoiseFromAmerika, il prof. Sandro Brusco, che insegna economia negli Stati Uniti e che quindi è immune a certi vizi, ha illustrato abbastanza chiaramente il rapporto tra esplosione del debito pubblico e aumento incontrollato della pressione fiscale che si è determinato nell'era di Craxi, per responsabilità di Craxi:

Negli anni '80 i governi italiani imboccarono senza esitazione la via dell'irresponsabilità, abdicando completamente ai loro doveri nei confronti dei governati. In una decade il rapporto debito/PIL crebbe fino a superare il 100%. Totalmente incapaci di ridurre la spesa, i governi ad influenza craxiana fecero aumentare in forma brutale anche la pressione tributaria (...).

L'influenza di Craxi, che ci fu, non va peraltro esagerata. Le sue politiche demenziali e irresponsabili furono possibili solo grazie alla complicità dell'intera classe dirigente dell'epoca. Esse abdicarono completamente alle proprie responsabilità mettendo l'Italia su un sentiero di insolvenza: non c'era solo Craxi, c'erano de Mita e Forlani, Andreotti e Formica, De Michelis e Merloni ed Altissimo e Longo ... e la CGIL-CISL-UIL. Alla fine del periodo comparve anche Giulio Tremonti.

Grazie all'operato di costoro e dei loro soci, l'economia italiana venne trasformata in una cosa che possiamo chiamare ''socialismo per i furbi'', ossia vasta presenza statale, prebende per i potenti e i politicamente connessi, pesante tassazione per tutti gli altri. Anche se i vincoli di bilancio impedirono un peggioramento di questa tendenza negli anni '90, l'Italia si è ritrovata in una situazione di alto debito, alta spesa e alta tassazione dalla quale non è più riuscita a uscire e che ha sensibilmente ridotto il suo potenziale di crescita. Il socialismo per i furbi rimane ed ha pure acquisito il suo teorico nella persona di Giulio Tremonti.

Per carità, il giudizio del professor Brusco è abbastanza netto e si può discutere, ma sarebbe lecito aspettarsi che qualcuno provasse a spiegarci gli effetti benefici per l'economia italiana di una politica economica così congegnata, che ha unito al furto alle generazioni contemporanee (pressione fiscale) il furto a quelle future (debito pubblico). Anche se viene il sospetto che il dibattito su Bettino Craxi sia così decentrato rispetto al nocciolo della sua azione politica perché sono proprio i protagonisti della polemica, da una parte e dall'altra, gli unici a godere ancora degli ultimi spiccioli della sua eredità, i custodi della spesa pubblica.

A questo aggiungerei che Craxi fu anche responsabile di uno degli episodi più imbarazzanti della storia recente del nostro paese, nell'ottobre del 1985.

Giordano Masini


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18 gennaio 2010

Per Haiti, oggi e domani. L'ospedale Albert Schweitzer.

A Deschapelles, distante circa 40 chilometri da Port-Au-Prince, c'è l'ospedale Albert Schweitzer.

Fondato nel 1956 dalla coppia di medici statunitensi Larry e Gwen Mellon, l'ospedale ha retto al terremoto ed oggi è una delle poche strutture nei dintorni della capitale haitiana in grado di occuparsi dei feriti più gravi.

Nonostante il numero dei ricoverati oggi superi di gran lunga le possibilità dell'ospedale, il personale sta facendo miracoli per assistere i pazienti nonostante la scarsità di medicinali reperibili, e nonostante il fatto che gli stessi medici e infermieri sono stati, in gran parte, colpiti direttamente o indirettamente dal sisma. Questo e altro si può leggere sull'interessante e sempre aggiornato blog del dott. Ian Rawson, responsabile della struttura.

Tra le tante possibilità, fare una donazione all'ospedale Albert Schweitzer è un modo per fare arrivare aiuto a chi ne ha disperatamente bisogno oggi e sostenere una struttura che continuerà a lavorare ad Haiti anche domani, quando le organizzazioni internazionali e le telecamere avranno abbandonato l'isola.

Giordano Masini



 
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16 gennaio 2010

"Gentile Onorevole Grimoldi, lei è un imbecille. Uno stupido somaro. Punto"

Sarebbe questa la risposta migliore che il ministro della Pubblica Istruzione, Maria Stella Gelmini, potrebbe dare all'interpellanza presentata ieri dal deputato leghista Paolo Grimoldi, nella quale protestava perché in una scuola elementare di Usmate-Monza è stata data lettura del Diario di Anna Frank.

Pare che nel diario scritto in una soffitta di Amsterdam da una ragazzina destinata ai campi di sterminio "vi è un passo nel quale Anna Frank descrive in modo minuzioso e approfondito le proprie parti intime e la descrizione è talmente dettagliata da suscitare inevitabilmente turbamento in bambini della scuola elementare" si legge nella lagnanza.

Evidentemente quella è l'unica pagina del Diario in grado di provocare turbamento all'On. Grimoldi.

Giordano Masini




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15 gennaio 2010

Agricoltura e sfruttamento, meglio evitare i luoghi comuni. Il mio intervento su Libertiamo.it

Uno dei luoghi comuni che sento ripetere più frequentemente in questi giorni a proposito della rivolta di Rosarno e delle sue origini è quello secondo il quale se non si pagasse tanto poco la mano d’opera, l’agricoltura della Piana di Gioia Tauro andrebbe in crisi. Le arance e i mandarini non costano nulla, si dice, e costa molto produrli. Per questa ragione sarebbe necessario, anzi indispensabile, ricorrere al lavoro nero.

 

Se l’agricoltura è in crisi, se il rapporto tra i costi di produzione e le rese è così svantaggioso, le ragioni non vanno ricercate nel costo della mano d’opera. In agricoltura il lavoro non è particolarmente costoso rispetto ad altri comparti, e lo stato interviene nei periodi in cui il lavoratore deve rimanere fermo con indennità di disoccupazione consistenti. Oltretutto è vero che in agricoltura si ricorre spesso e volentieri al lavoro sommerso, perché a volte si ha bisogno di mano d’opera talmente occasionale da rendere comunque troppo oneroso un vero e proprio contratto, ma credo che nessuno si sarebbe scandalizzato troppo se nella Piana di Gioia Tauro avessero pagato dei lavoratori sì al nero, ma li avessero pagati decentemente.

 

Dalle mie parti se vuoi che qualcuno ti venga a dare una mano devi tirar fuori 8 – 10 euro l’ora. Nei periodi in cui le giornate si allungano, come all’epoca della trebbiatura, quando una giornata di lavoro può durare anche 12 ore e più, un operaio pagato al nero arriva a portare a casa anche 120-150 euro. Che è all’incirca il costo di 6 immigrati pagati con le tariffe di Rosarno. Ed è sicuramente più di quanto costerebbe lo stesso operaio se fosse sotto contratto, visto che in agricoltura la mano d’opera regolare viene pagata a giornate e non a ore. Questo spiega come nelle campagne l’uso di lavoratori al nero non è diffuso tanto per l’elevato costo del lavoro regolare, come per esempio avviene nell’edilizia, quanto per ovviare a situazioni di emergenza, o perché spesso sono lavoratori già impiegati regolarmente altrove in cerca di “arrotondamenti”.

 

Piuttosto, le cause della crisi dell’agricoltura andrebbero ricercate nel sistema di contributi e sussidi europei, che incidono pesantemente sul naturale sistema di determinazione dei prezzi, condizionandolo al ribasso. Per cui è probabilmente vero che coltivare agrumi nella Piana di Gioia Tauro rende poco, ma l’agricoltura calabrese non versa in condizioni peggiori di quella del resto d’Italia e, si potrebbe dire, d’Europa. Altrove però non viene presa in considerazione la possibilità di superare le difficoltà ricorrendo alla schiavitù, perché di questo si tratta. Chi prova a spiegarci che impiegare degli immigrati a quelle condizioni è in qualche modo “necessario”, dovrebbe provare a spiegarci anche la necessità di usarli come tiro al bersaglio. Dovrebbe spiegarlo ai tanti agricoltori italiani che, di fronte a filiere divenute improvvisamente improduttive, hanno convertito le loro aziende verso altre colture o hanno dovuto, dignitosamente, cambiare mestiere.

 

Siamo maestri nel gioco dello scaricabarile, ma di fronte alla miseria (morale, più che materiale) venuta alla luce nella Calabria del 2010 sarebbe legittimo aspettarsi un’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni, tutte, del nostro paese. Nel meridione d’Italia si sono perse completamente le coordinate etiche e materiali che fanno di un popolo una Nazione. Una metropoli materialmente sommersa dalla spazzatura e l’istituzionalizzazione della schiavitù nelle campagne (per non parlare della criminalità organizzata) sono evidenze troppo clamorose per essere ignorate. Continuare a cambiare discorso riproponendo luoghi comuni ormai logori, significa sostanzialmente dire che le cose vanno bene così.

 

Giordano Masini


http://www.libertiamo.it/2010/01/15/agricoltura-e-sfruttamento-meglio-evitare-i-luoghi-comuni/


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14 gennaio 2010

Volpi e pollai: l'UNESCO potrebbe nominare Teheran capitale mondiale della filosofia

Il pericolo sembrava scampato, quando era definitivamente tramontata l'ipotesi di vedere a capo dell'UNESCO (United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization) l'ex ministro della cultura egiziano Farouk Hosni, negazionista, celebre per aver auspicato il rogo per i libri israeliani e per averli materialmente banditi dal suo paese.

Il pericolo non è del tutto scampato, poiché sembra che l'UNESCO abbia inserito Teheran, la città dove in genere si rischia la morte o la galera per le proprie idee espresse in libertà, nella rosa delle città candidate a ospitare le celebrazioni della Giornata Mondiale della Filosofia.

Non è la prima volta che l'ONU mette la volpe a guardia del pollaio, come quando la Libia fu posta alla guida del famigerato Consiglio per i Diritti Umani, passato alla storia per avere assolto dall'accusa di genocidio e di crimini contro l'umanità tutti i paesi del mondo ad eccezione di Israele.

Giordano Masini




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11 gennaio 2010

Israele e i suoi martiri, la difficile impresa di raccontare la memoria. La mia recensione per Libertiamo.it di "Non smetteremo di danzare" di Giulio Meotti

E’ difficile parlare di questo libro. E’ come voler raccontare lo spirito di un monumento descrivendone gli elementi architettonici, cercare di trasmetterne l’essenzialità del significato senza, nelle poche righe a disposizione, cadere nella retorica.

Perché Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri d’Israele, di Giulio Meotti, ed. Lindau, è un monumento. L’autore ha viaggiato per anni lungo le vie d’Israele, dai vicoli di Gerusalemme ai viali di Tel Aviv, fino alle strade polverose di Giudea e Samaria, raccogliendo le testimonianze dei familiari delle vittime del terrorismo islamico, invitando le persone a uscire dal guscio silenzioso del proprio dolore per raccontare la loro storia, ricordare le loro vite. Lentamente, quello che appare è un mosaico, prima sfocato poi sempre più nitido, un caleidoscopio multiforme e multicolore che traccia e definisce, racconto dopo racconto, pagina dopo pagina, l’immagine unica e straordinaria di un popolo e di una nazione.

 

Come si può, dunque, sintetizzare un racconto del genere? E’ necessario provare a spiegare cosa accomuna le stragi nelle scuole religiose, come quella degli studenti della yeshivah Merkatz Harav di Gerusalemme, dove morirono otto ragazzini innamorati della Torah nel marzo del 2008, agli attacchi ai kibbutznik carichi di ideali di giustizia e uguaglianza, come quello alla cooperativa Metzer, dove un commando palestinese è penetrato in una casa e ha massacrato una madre con i suoi due bambini, ritrovati senza vita abbracciati ai loro orsacchiotti. O quale filo unisce i reduci di Auschwitz e i loro familiari dilaniati al Park Hotel il 27 marzo del 2002 durante la celebrazione della Pasqua ai ragazzi di origine russa fatti a pezzi al Dolphinarium di Tel Aviv il 1 giugno 2001 mentre trascorrevano una serata di festa.

Oppure, viaggiando attraverso la storia, quale sia il profondo legame tra le vittime del pogrom di Hebron nel 1929, decine di uomini, donne e bambini mutilati, sgozzati, bruciati vivi presso la tomba dei Patriarchi, e gli uomini, le donne e i bambini che hanno continuato e continuano, generazione dopo generazione, a scegliere di affrontare l’odio e la morte per vivere vicino allo stesso luogo. E quale determinazione e quale speranza rende così simili gli insorti del ghetto di Varsavia, i primi a comprendere la dignità e la necessità dell’autodifesa, e i ragazzi che affrontano la naja più lunga e dura del mondo, pronti a tornare sotto le armi, con lo zaino in spalla, da riservisti, ogni volta che Israele chiama, fino alla pensione.

 

C’è qualcosa che lega le migliaia di vittime di ogni età del terrore fondamentalista, le loro famiglie, le migliaia di orfani. Essere ebrei, prima di tutto, e morire per il fatto di essere ebrei. Come sempre. Come nell’Europa nazista, come nella Russia zarista e in quella sovietica. La vuota distinzione ideologica che pretende di separare l’antisionismo dall’antisemitismo, che cerca di attribuire una qualche dignità al primo allontanando da sé il fantasma del secondo, si scioglie come neve al sole di fronte ai pacati ed essenziali racconti collezionati nel libro. Chi muore in Israele muore per il solo fatto di essere ebreo.

E attraverso la storia del popolo ebraico, nei racconti dei tanti sopravvissuti ai campi di sterminio giunti 60 anni fa in Israele per ritrovarsi oggi a piangere figli e nipoti massacrati dagli arabi, cresce pagina dopo pagina l’immagine del più solido dei perché di Israele: il diritto ad esistere, come individui e come popolo, oltre la morte, oltre la barbarie, e il diritto a difendersi, a non soccombere. A ricordarcelo c’è l’incredibile lavoro dei volontari di Zaka, ebrei ortodossi che arrivano nei luoghi degli attentati, in Israele e ovunque nel mondo, per fare ciò che nessuno avrebbe il coraggio di fare: cercare e raccogliere ogni singolo lembo di carne umana, ogni ciocca di capelli, tutto ciò che può servire a ricomporre una salma. Perché non accada più ciò che è successo quando i corpi degli ebrei d’Europa svanivano nel fumo e nella cenere di Auschwitz, senza che di loro rimanesse altra traccia se non la memoria.

Nell’ostinata e oscena negazione della verità storica della Shoah da parte degli estremisti islamici di ogni luogo, da Gaza all’Iran, dall’Egitto all’Europa, c’è la prova in negativo di questa profonda e solida radice.

 

Sono talmente tante le storie raccontate in questo libro, che è difficile sceglierne qualcuna come esempio senza avere la sensazione di fare torto alle altre. Una delle più toccanti è quella di Tali Hatuel, una giovane assistente sociale. Durante le proteste contro il piano di ritiro di Sharon da Gaza, un commando palestinese prese d’assalto la sua auto. Uccisero lei, incinta all’ottavo mese, e poi, una per una, con un colpo alla testa, le sue quattro bambine: Hila di 11 anni, Hadar di 9, Roni di 7 e Merav di 2. Il giorno in cui suo marito David è stato costretto ad abbandonare la sua casa, ha messo cinque sedie sulla veranda di casa, e una candela su ognuna di esse. Mentre la grande maggioranza dei media occidentali relegava l’episodio alla voce: “coloni uccisi”, un quotidiano canadese scrisse: “Perché il mondo resta in silenzio di fronte all’uccisione di una donna incinta di otto mesi e delle sue quattro bambine?” E’ una domanda a cui non è ancora stata data una risposta convincente. Ma la memoria di Tali, delle sue bambine e delle altre migliaia di martiri costituisce un patrimonio unico, un affresco che Giulio Meotti è riuscito a tracciare. Se oggi a Sderot, la città più colpita dai razzi Qassam, ci sono più residenti di quanti ce n’erano all’inizio della seconda intifada, il merito principale risiede proprio nella forza rigeneratrice della memoria.

 

Giordano Masini



http://www.libertiamo.it/2010/01/11/israele-e-i-suoi-martiri-la-difficile-impresa-di-raccontare-la-memoria/


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10 gennaio 2010

Hugo Chavez, la star della climafiction di Copenhagen

Avevamo già raccontato dello straordinario successo della performance di Hugo Chavez alla rassegna del cinema di Venezia, dove, insieme al regista statunitense Oliver Stone, aveva tenuto un ciclo di lezioni sui mali del capitalismo e le sue alternative.



Hugo Chavez ci ha preso gusto, e ha riproposto il gustoso siparietto, questa volta alla rassegna della fiction di Copenhagen, che gli organizzatori avevano scherzosamente chiamato "vertice sul clima". Questo è il resoconto di Carl Beisner:
Chavez, che ovviamente ha parlato 25 minuti invece dei 5 consentiti (immagino che dia per scontato che il tempo possa essere redistribuito come il denaro), ha detto all’assemblea che il processo a Copenhagen “non è democratico, non è inclusivo, ma non è che la realtà del nostro mondo; il mondo è infatti una dittatura imperiale… abbasso le dittature imperiali”. L’assemblea ha applaudito  vigorosamente.
Poi è andato avanti dicendo che c’era “un silenzioso e terribile spettro che si aggira nella sala”, il capitalismo. L’assemblea ha applaudito ancora più forte.
Ma quando ha concluso affermando “la nostra rivoluzione cerca di aiutare tutta la gente… Il socialismo, l’altro spettro che probabilmente vaga per questa sala, è la risposta per salvare il pianeta, il capitalismo è la strada per l’inferno… Combattiamo il capitalismo e facciamo che ci obbedisca”, la folla dei delegati – senza dubbio tutti funzionari pubblici sobri, obiettivi, imparziali – gli hanno tributato una standing ovation.



Sembra che la prossima tappa della tournée di Chavez sarà Zelig. Sul palcoscenico della rassegna cabarettistica si esibirà in coppia con il collega iraniano Mahmud Ahmadinejad: nel loro numero, intitolato "tutta colpa del capitalismo... e forse pure del global warming" i due spiegheranno perché due nazioni che galleggiano sul petrolio devono razionare l'energia elettrica (il Venezuela) e importare carburanti raffinati dall'estero (l'Iran).




Giordano Masini


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